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Understanding one’s own thoughts, emotions, behaviors, and motivations.

#28 Le sfide del processo d’integrazione tra ammirazione e invidia

Una premessa un po’ personale

Fino a qualche anno fa, il modo in cui venivo percepito dagli altri aveva un grande impatto su di me. Mi piaceva soprattutto ispirare ammirazione piuttosto che invidia. Questa aspirazione mi induceva inconsciamente a voler compiacere o impressionare le persone intorno a me, facendo molta attenzione a non risultare arrogante o inautentico. Poi ho iniziato a comprendere le radici del mio bisogno di apprezzamento e, più ne investigavo le origini, meno potente esso diventava.
Quando, all’età di nove anni, mi trasferii in Italia con mia madre, dovetti ricominciare la mia vita da capo. Non solo dal punto di vista educativo e culturale, ma anche nell’inserirmi in una nuova famiglia e farmi nuovi amici. Non si trattava solo di abituarsi a una nuova realtà, ma di accettarla incondizionatamente, poiché, ovviamente, all’età di nove anni, non avevo ancora il potere di decidere se restare o andarmene. L’accettazione, però, non è automatica; anzi, ci sono vari livelli da attraversare per diventare prima consapevoli e poi capire cosa si vuole davvero. Abituarmi, invece, quello dovevo farlo in fretta, ma il mio processo d’integrazione non fu affatto semplice (quando mai lo è?, verrebbe da chiedersi), e gli adulti che avrebbero dovuto guidarmi non furono pazienti.
Trent’anni fa non c’era la consapevolezza, la ricerca e i dibattiti su questo tema come oggi.
A scuola mi misero in una classe indietro senza un programma specifico per il mio caso. Procedemmo tutti un po’ alla cieca: io cercavo di assorbire il più velocemente possibile, ma il processo mi sfiniva periodicamente.
In seguito, dovetti ripetere il primo anno di scuole superiori, perché i miei genitori avevano deciso per me che dovevo frequentare il liceo scientifico. Io, invece, ero ben consapevole delle mie capacità e dei miei limiti e sapevo, già da anni, che il percorso linguistico era quello giusto per me in quella fase della mia vita. Alla fine, al linguistico ci andai, e le cose migliorarono.
Dovetti investire anni per colmare il divario con i miei coetanei, ma non smisi mai di credere in me stesso, anche quando nessuno lo faceva; persino quando i miei stessi genitori sembravano aver perso le speranze e non facevano altro che punirmi in tutti i modi possibili, senza nascondere la delusione che provavano. Devo riconoscere, però, che anche loro si trovavano di fronte a una situazione difficile, senza l’aiuto di psicologi, podcast su temi di crescita personale, libri di self-help e tutte quelle risorse che oggi ci permettono di capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

Superare insicurezze: il valore dei piccoli successi

Faccio un salto in avanti, lasciandomi alle spalle questa premessa forse troppo personale e disorganizzata.
Alla fine, sono riuscito a camminare con le mie gambe, in un paese e un continente diversi, nonostante tutte le difficoltà, il mio passato abbandonato, la famiglia lasciata alle spalle e i sogni mai realizzati in quella vita che avrebbe potuto essere, per vivere in quella che è diventata.
Per me fu uno sforzo mastodontico, di cui non prendo coscienza abbastanza spesso. D’altronde, se non siamo noi stessi a riconoscere i nostri sforzi, difficilmente lo faranno gli altri: o lo danno per scontato, o fanno finta di niente.
A un certo punto, le difficoltà sembrarono diminuire e iniziai ad avere successo nelle imprese che intraprendevo, prima in modo modesto, poi un po’ meno.
Apro una parentesi: è davvero strano scrivere di me stesso su questi temi, sapendo che altri potranno leggere. Non sono nemmeno sicuro di star dicendo tutta la verità. Finora, mi sembra di essermi solo vittimizzato.
Comunque, fu in questo momento, dopo aver superato gli ostacoli più grandi del mio processo di integrazione e aver ottenuto piccoli successi personali, che iniziai a suscitare negli altri ammirazione o invidia, o entrambe.
Capivo benissimo entrambe le emozioni. Da bambino, al mio arrivo in Italia, ero consumato da una silenziosa ma profonda invidia per i miei compagni di classe che si esprimevano in modo fluente, leggevano senza difficoltà e capivano al volo concetti complessi. Al contrario, provavo ammirazione per chi dimostrava onestà, affetto e pazienza nei miei confronti: per me, era una dimostrazione di grandezza smisurata. E furono in pochissimi a dimostrarmelo: penso a Walter, il mio allenatore di canottaggio a Monterosso; Manuel, il mio amico pittore che amavo osservare dipingere; Adriano e Corrado, compagni di barca e amici; Andrea, un genio del liceo, che non ha mai usato la sua intelligenza per sminuirmi, al contrario di molti altri; Mike, un mio amico imprenditore, che si ritagliava un po’ di tempo la mattina prestissimo per insegnarmi a surfare.
Nonostante l’empatia che provavo per coloro che vivevano queste emozioni, inizialmente mi trovavo a mio agio solo nell’essere ammirato; l’invidia degli altri mi disturbava profondamente, la trovavo addirittura pericolosa, come un male che si insidiava nella mia vita e che volevo assolutamente tenere lontano. Col tempo, però, ho imparato ad accettarla, anche quando proveniva da persone a me vicine. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a provarla: vorremmo che le persone che amiamo gioissero dei nostri successi, invece alcune tendono a sminuirci, cercando di demotivarci o addirittura sabotarci. Ma credo che aspettarsi ammirazione sincera da tutti sia ingenuo: sia l’adorazione smisurata sia l’invidia distruttiva hanno la stessa origine, l’insicurezza di chi le prova. E il miglior modo di reagire all’insicurezza che si prova, a mio avviso, è:
1. Capire il prima possibile come migliorarsi – A piccoli passi, giorno dopo giorno, senza lasciarsi sopraffare da sfide titaniche che potrebbero riportarci nell’insicurezza.
2. Smettere subito di paragonarsi agli altri – Il motivo, spero, sia ovvio.

Cosa fare quando riceviamo invidia o ammirazione?

Generalizzando, in modo non del tutto corretto ai fini di concludere questo post, gli invidiosi esprimono la loro ammirazione dicendo il contrario di ciò che pensano. Spesso cercano di screditare i successi altrui, ridimensionandoli a semplici casualità. Gli ammiratori, invece, ci stanno accanto finché non hanno assorbito tutto ciò che abbiamo da offrire.
Imparare a riconoscere questi atteggiamenti e a non lasciarsi condizionare è estremamente importante. Evitare gli invidiosi e gli ammiratori è impossibile, perché tutti, in misura diversa, proviamo invidia o ammirazione. Ciò che conta è sviluppare empatia, riconoscere questi sentimenti in noi e negli altri e, se possibile, trasformarli in qualcosa di costruttivo.

#25 Coerenza interiore e cambiamenti personali tra verità e onestà

Onestà: La qualità interiore di chi si comporta con lealtà, rettitudine e sincerità, in base a principi morali ritenuti universalmente validi.

Verità: Carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o a una realtà obiettiva.

Vocabolario Treccani

Queste definizioni, prese dal vocabolario e lette al volo nel contesto in cui viviamo oggi, mi fanno pensare a una vecchia cornice impolverata appesa al muro di una casa abbandonata chissà dove. Devo dire che molte altre parole che incarnano ideali morali hanno su di me lo stesso effetto malinconico, se considerate in relazione alla realtà che ci circonda. Eppure, continuo a cercarle dentro di me, a perdermi in un mondo che oscilla tra il complesso e il superficiale, spesso confondendomi.

L’onestà, come valore, l’ho sempre distinta dalla verità come concetto, almeno inconsciamente – o almeno credo. Tuttavia, quando mi trovo coinvolto in dinamiche complesse, sia sentimentali che professionali, a volte utilizzo questi due termini in modo intercambiabile, confondendo i loro significati. Ma questa confusione, tutto sommato, la considero positiva perché mi spinge a riflettere più attentamente su entrambi. Non mi interessa tanto esplorare il loro significato o l’etimologia – non avrei le competenze necessarie, non essendo né linguista, né antropologo, né ricercatore. Piuttosto, mi interrogo su ciò che rappresentano per me.

Istintivamente direi che verità e onestà hanno per me un valore quasi assoluto, guidandomi in ogni decisione, azione o interazione quotidiana. Ma affermarlo sarebbe una bugia. Essere onesto, dire la verità e comportarmi in modo autentico è un’impresa che spesso mi sovrasta. Per me, infatti, l’onestà non si limita a dire la verità a qualcuno, ma implica agire in linea con i miei valori, come suggerisce la definizione riportata all’inizio di questo articolo. Se riesco ad agire in linea con i miei principi morali, allora la questione superficiale del “dire la verità” nemmeno si pone, perché ogni azione sarebbe allineata con il mio autentico io, con l’immagine che ho di me stesso.

Ed è qui che mi trovo in un’impasse: l’immagine che ho di me potrebbe non corrispondere alla verità. Eppure, quella stessa immagine, nel tempo, potrebbe guidarmi verso la verità. Ma anche se, in un dato momento, essa fosse effettivamente in linea con il mio autentico io e con i principi morali che ho scelto come base della mia identità, questo stato non sarebbe altro che temporaneo. Io mi percepisco in continua evoluzione, in costante cambiamento, accompagnando un mondo che viaggia a una velocità incredibile – o forse sono io quello lento… chi lo sa. Che il mondo sia veloce o io lento, alla fine non importa.

Io non credo – nel senso di credere devotamente o indiscutibilmente a qualcosa. Questo mio continuo evolvermi ha consolidato un approccio critico e curioso, che mette in discussione tutto.

La morte, ad esempio, non mi spaventa. Invecchiare non mi infastidisce. Perdere i capelli non mi rende paranoico. La solitudine, cambiare amicizie, ricominciare in una nuova città, traslocare in un altro paese, lasciare tutto per un nuovo inizio: sono cose che ho fatto ripetutamente nella mia vita, a volte per circostanze esterne, altre per decisioni personali.

Nonostante questi cambiamenti continui, i miei principi morali guida sono rimasti più o meno gli stessi. A volte mi hanno guidato con maggiore forza, altre con meno. Ed è strano: mentre scrivo, mi viene in mente un altro concetto, quello di fede. Solo nominarlo sembra contraddire tutto ciò che ho detto prima sul fatto che io non credo.

Ma benché le mie riflessioni su questo e mi molti altri temi mi portino spesso contraddizioni o riflessioni inconcludenti, trovo conforto nella complessità e nell’evoluzione costante del mio rapporto con la verità e l’onestà.

#24 Making space for the silence within

There are moments when my mind shuts down—when no matter how much effort I put into deciding what to do next, my brain simply refuses to respond or act. It doesn’t matter if it’s about preparing the next meal or planning the next big step in my life. My body won’t move. It feels like a meteorological phenomenon inside my soul—a heavy, warm wind pressing down. Sometimes it lasts a few hours; sometimes, it lingers for a couple of days.

I used to resist these moments, seeking shelter in unhealthy ways by blaming myself and feeling resentful. I would desperately try to fill the emptiness with random, unplanned actions that lacked intention or purpose. After all, isn’t that what we’re taught by the outside world? “Brush it off.” “Just do something.”
Often, this overwhelming wind would push me into a deep hole, where solitude and loneliness threatened to consume me.

This weekend, the strong, warm wind came again. However, for some months now, I’ve stopped resisting it. I let it shake me. I let it push me into the hole. And in that quiet, I found myself. I sat in silence, under an imaginary tree, and hugged myself. I whispered, “Don’t worry. No rush. It’s all good. This will pass.” And it did.

I decided to keep caring for myself in my own way—not in the way the world expects me to. My thoughts were scattered, and there was some anxiety, but I allowed it to exist.

I went for a walk. Luckily, the sun was shining—a rare sight in Berlin’s winter skies. Then I went to the sauna, reconnecting with my body and soul. When I returned home, the wind within me had softened into a gentle, pleasant breeze.

#12 The paradox of self-awareness

A portrait of radical self-awareness

Recently, I watched a wonderful film called E.1027 – Eileen Gray and the house by the sea. What I loved most about it, without going into a detailed plot description, was the self-awareness displayed by the main character as she navigated intense events in her career and personal life.

I was struck by her ability to discern, with extreme clarity, what she wanted and where she drew her boundaries. She always knew what affected her, in what ways, and what she wanted to do about it. She would then act in alignment with her needs, accepting the consequences without victimizing herself, while allowing space for the emotions that naturally arose.

There were simple things she said that were impactful, eye-opening, and at the same time extremely relatable. It felt as though I had arrived at the same conclusions myself many times before—only to forget them again and again.

Solitude, Fear, and the Search for Home

For example, at one point she says something along these lines regarding how relationships disrupt her work:
“A constant stream of conversations and small activities prevents me from focusing on projects I value […] I need to spend days in a row on my own to allow ideas to flow again.”

At another moment, she reflects:
“People and open spaces sometimes frighten me.”

Or, as a conclusion on her search for a place she could call home:
“The home I was looking for was in my imagination, in my work.”

I was moved by these statements, primarily because they were part of the character’s inner dialogue, free from judgment and filled with compassion.

The power—and subtle trap—of self-awareness

And that’s where, once again, I acknowledged the power of self-compassion—the value of a kind and empathetic inner dialogue, which has such profound potential to support us through life’s challenges.

Yet there’s also a deceiving aspect to self-awareness. I think it’s essential to allow self-awareness to simply be, rather than overthinking it as a concept. Our minds are like lighthouses: they illuminate what needs attention, although sometimes we need to elevate our perspective to truly see the full panorama.

Self-awareness is not a destination; it’s an evolving aspect of our growth, and it requires an openness to paradox. Embracing self-compassion alongside self-awareness can help us navigate this journey, allowing us to uncover insights and perspectives that guide us—perhaps not always where we expected, but ultimately, where we need to be.