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Content that examines thoughts, behaviors, and mental states, often probing motives and inner conflicts.

#43 The Ugly Stepsister and The Substance: mirros to our inner and outer worlds

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Two movies that, in my opinion, encapsulate one powerful aspect of our society in a masterful way: looks can get you far, but depending on them will destroy you—inside and out.
In a world increasingly bombarded by an overwhelming storm of video content—much of it led by anyone with a phone who steps into the debatable role of “influencer”—our independent will and decision-making capacity seem to be vanishing. This leaves a dangerous vacuum where ethically grounded, far-sighted, and morally sound role models are missing.

Obviously, these movies are much more than that. As with any work of cinema, each viewer interprets the story and characters differently.
Other themes stood out to me strongly: the comparison trap and the lack of contentment—even when one reaches personal goals. These were portrayed both implicitly and explicitly, reflecting the collective and individual psychosis we are experiencing today and the path toward oblivion we seem to be heading down.

Our capacity for monstrous actions is never pleasant to witness, nor something we enjoy indulging in for too long. Yet acknowledgment is always the first spoonful of medicine we must swallow to begin changing certain patterns, whether individually or collectively.
It’s true, though, that there’s a time for acknowledgment—and perhaps we’re not there yet. I see more and more people around me choosing to ignore these realities and retreat into their own personal La La La Lands. I say this in the least judgmental way possible. As beings deeply connected to what happens around us, unless we cultivate a degree of detachment, objectivity, and realism, examining our problematic self too closely can easily overwhelm us.
That’s why movies like The Substance and The Ugly Stepsister can be so powerful: they compel us to take a deep, unavoidable look at our collective insanity.

I realize I’m talking about these movies without really talking about them—but isn’t that often what happens after we leave the cinema? Whether we’re alone or in company, good films help us reflect on something deeper, and that reflection can linger for days, weeks, even months.

I usually sympathize with both the villains and the heroes in films—unless they’re mere propagandistic caricatures, created to implant prefabricated notions of good and evil.
One major takeaway for me comes from the character of Agnes, portrayed by Thea Sofie Loch Næss in The Ugly Stepsister.
Throughout the entire film, which spans several years, she resists her diabolically jealous stepsister Elvira’s (played by Lea Myren) attempts to undermine her beauty, intellect, maturity, and wisdom. Agnes knows who she is and stays true to her deepest values, no matter what.
And it doesn’t matter whether she ends up triumphant or not—what matters is that she remains connected to her identity, even as the world around her falls apart.

Elvira’s arc is equally powerful. It shows that no matter how far we’ve fallen, how deep we are in the hole, or what atrocities we’ve committed, there is always a way out. There is always a path to redemption—even when nobody believes we deserve it, and even when the consequences of our actions may follow us for the rest of our lives.
Again, it all starts from within: from putting our pieces back together and allowing ourselves to walk the path of self-forgiveness.

#29 Uma breve distinção: ambição construtiva e ambição destrutiva

Eu tento sempre pensar em qual será o próximo passo importante que darei na minha vida. E com “passo importante”, quero dizer algo que me fará avançar como indivíduo. No entanto, às vezes me questiono se essa mentalidade não pode acabar complicando nossa vida, em vez de melhorá-la.

Ouso fazer uma distinção entre ambição construtiva e ambição destrutiva. E, ao usar “destrutiva”, não o faço de maneira leviana. Pelo contrário, acredito que uma ambição mal direcionada pode nos levar à perda da saúde, tanto física quanto mental. E não apenas a nossa própria saúde, mas também a das pessoas ao nosso redor. Um exemplo claro disso é a figura de Gordon Gekko, do filme Wall Street dos anos 80, cuja filosofia “ganância é boa” (“greed is good”) reflete perfeitamente os perigos da ambição destrutiva.

O drama dessa questão é que quem é um vetor da ambição destrutiva, na maioria das vezes (e digo isso com base apenas na minha observação pessoal, sem qualquer fundamento em pesquisa científica), não tem consciência disso. Ou, então, foi tão corrompido por essa ambição que já não há mais volta.

Por outro lado, quem manifesta ambição construtiva tem um poder incrível: sua energia parece fluir sem esforço e iluminar muito além de si mesmo. Acredito que essa ambição surja da aceitação de que a vida é feita de ciclos, mais ou menos semelhantes, mas sempre desconhecidos. Podemos imaginar o amanhã, mas nunca saberemos exatamente como ele se desenvolverá. E não saber o que nos espera, não ter controle absoluto, não é algo ruim. Pelo contrário, aprender a se entregar ao desconhecido nos ensina a aceitar o fluxo natural da vida.

Já a ambição destrutiva parece estar enraizada no desejo de controle. E esse desejo, por sua vez, nasce do medo de perdê-lo. Por isso, essa forma de ambição tem um poder corrompedor: tudo aquilo que não sabemos deixar ir tem o poder de corromper nossa alma.

#28 Le sfide del processo d’integrazione tra ammirazione e invidia

Una premessa un po’ personale

Fino a qualche anno fa, il modo in cui venivo percepito dagli altri aveva un grande impatto su di me. Mi piaceva soprattutto ispirare ammirazione piuttosto che invidia. Questa aspirazione mi induceva inconsciamente a voler compiacere o impressionare le persone intorno a me, facendo molta attenzione a non risultare arrogante o inautentico. Poi ho iniziato a comprendere le radici del mio bisogno di apprezzamento e, più ne investigavo le origini, meno potente esso diventava.
Quando, all’età di nove anni, mi trasferii in Italia con mia madre, dovetti ricominciare la mia vita da capo. Non solo dal punto di vista educativo e culturale, ma anche nell’inserirmi in una nuova famiglia e farmi nuovi amici. Non si trattava solo di abituarsi a una nuova realtà, ma di accettarla incondizionatamente, poiché, ovviamente, all’età di nove anni, non avevo ancora il potere di decidere se restare o andarmene. L’accettazione, però, non è automatica; anzi, ci sono vari livelli da attraversare per diventare prima consapevoli e poi capire cosa si vuole davvero. Abituarmi, invece, quello dovevo farlo in fretta, ma il mio processo d’integrazione non fu affatto semplice (quando mai lo è?, verrebbe da chiedersi), e gli adulti che avrebbero dovuto guidarmi non furono pazienti.
Trent’anni fa non c’era la consapevolezza, la ricerca e i dibattiti su questo tema come oggi.
A scuola mi misero in una classe indietro senza un programma specifico per il mio caso. Procedemmo tutti un po’ alla cieca: io cercavo di assorbire il più velocemente possibile, ma il processo mi sfiniva periodicamente.
In seguito, dovetti ripetere il primo anno di scuole superiori, perché i miei genitori avevano deciso per me che dovevo frequentare il liceo scientifico. Io, invece, ero ben consapevole delle mie capacità e dei miei limiti e sapevo, già da anni, che il percorso linguistico era quello giusto per me in quella fase della mia vita. Alla fine, al linguistico ci andai, e le cose migliorarono.
Dovetti investire anni per colmare il divario con i miei coetanei, ma non smisi mai di credere in me stesso, anche quando nessuno lo faceva; persino quando i miei stessi genitori sembravano aver perso le speranze e non facevano altro che punirmi in tutti i modi possibili, senza nascondere la delusione che provavano. Devo riconoscere, però, che anche loro si trovavano di fronte a una situazione difficile, senza l’aiuto di psicologi, podcast su temi di crescita personale, libri di self-help e tutte quelle risorse che oggi ci permettono di capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

Superare insicurezze: il valore dei piccoli successi

Faccio un salto in avanti, lasciandomi alle spalle questa premessa forse troppo personale e disorganizzata.
Alla fine, sono riuscito a camminare con le mie gambe, in un paese e un continente diversi, nonostante tutte le difficoltà, il mio passato abbandonato, la famiglia lasciata alle spalle e i sogni mai realizzati in quella vita che avrebbe potuto essere, per vivere in quella che è diventata.
Per me fu uno sforzo mastodontico, di cui non prendo coscienza abbastanza spesso. D’altronde, se non siamo noi stessi a riconoscere i nostri sforzi, difficilmente lo faranno gli altri: o lo danno per scontato, o fanno finta di niente.
A un certo punto, le difficoltà sembrarono diminuire e iniziai ad avere successo nelle imprese che intraprendevo, prima in modo modesto, poi un po’ meno.
Apro una parentesi: è davvero strano scrivere di me stesso su questi temi, sapendo che altri potranno leggere. Non sono nemmeno sicuro di star dicendo tutta la verità. Finora, mi sembra di essermi solo vittimizzato.
Comunque, fu in questo momento, dopo aver superato gli ostacoli più grandi del mio processo di integrazione e aver ottenuto piccoli successi personali, che iniziai a suscitare negli altri ammirazione o invidia, o entrambe.
Capivo benissimo entrambe le emozioni. Da bambino, al mio arrivo in Italia, ero consumato da una silenziosa ma profonda invidia per i miei compagni di classe che si esprimevano in modo fluente, leggevano senza difficoltà e capivano al volo concetti complessi. Al contrario, provavo ammirazione per chi dimostrava onestà, affetto e pazienza nei miei confronti: per me, era una dimostrazione di grandezza smisurata. E furono in pochissimi a dimostrarmelo: penso a Walter, il mio allenatore di canottaggio a Monterosso; Manuel, il mio amico pittore che amavo osservare dipingere; Adriano e Corrado, compagni di barca e amici; Andrea, un genio del liceo, che non ha mai usato la sua intelligenza per sminuirmi, al contrario di molti altri; Mike, un mio amico imprenditore, che si ritagliava un po’ di tempo la mattina prestissimo per insegnarmi a surfare.
Nonostante l’empatia che provavo per coloro che vivevano queste emozioni, inizialmente mi trovavo a mio agio solo nell’essere ammirato; l’invidia degli altri mi disturbava profondamente, la trovavo addirittura pericolosa, come un male che si insidiava nella mia vita e che volevo assolutamente tenere lontano. Col tempo, però, ho imparato ad accettarla, anche quando proveniva da persone a me vicine. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a provarla: vorremmo che le persone che amiamo gioissero dei nostri successi, invece alcune tendono a sminuirci, cercando di demotivarci o addirittura sabotarci. Ma credo che aspettarsi ammirazione sincera da tutti sia ingenuo: sia l’adorazione smisurata sia l’invidia distruttiva hanno la stessa origine, l’insicurezza di chi le prova. E il miglior modo di reagire all’insicurezza che si prova, a mio avviso, è:
1. Capire il prima possibile come migliorarsi – A piccoli passi, giorno dopo giorno, senza lasciarsi sopraffare da sfide titaniche che potrebbero riportarci nell’insicurezza.
2. Smettere subito di paragonarsi agli altri – Il motivo, spero, sia ovvio.

Cosa fare quando riceviamo invidia o ammirazione?

Generalizzando, in modo non del tutto corretto ai fini di concludere questo post, gli invidiosi esprimono la loro ammirazione dicendo il contrario di ciò che pensano. Spesso cercano di screditare i successi altrui, ridimensionandoli a semplici casualità. Gli ammiratori, invece, ci stanno accanto finché non hanno assorbito tutto ciò che abbiamo da offrire.
Imparare a riconoscere questi atteggiamenti e a non lasciarsi condizionare è estremamente importante. Evitare gli invidiosi e gli ammiratori è impossibile, perché tutti, in misura diversa, proviamo invidia o ammirazione. Ciò che conta è sviluppare empatia, riconoscere questi sentimenti in noi e negli altri e, se possibile, trasformarli in qualcosa di costruttivo.