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Activities and reflections aimed at improving skills, self-awareness, and life satisfaction.

Sirāt (2025)

#62 Months later, one movie still sparks deep reflections: Sirāt

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Today I met a friend with whom I love spending time. She’s a few years older than me, but we get along very well. We first met exactly two years ago through a local app called nebenan. At the time, I was desperately looking for someone to practice my German with, so I posted an announcement on the platform—and she responded. Since then, we’ve been meeting regularly, having tandem sessions almost every week.

We’ve reached a point now where we manage to talk about fairly complex topics. Our rule is simple: half an hour in English, half an hour in German. We take notes of each other’s mistakes and analyze them at the end of each round.

I don’t want to discuss our tandem strategy today, though. What I want to talk about is a topic that came up during our session and has stayed with me since I left the café where we met.

We spoke about a movie we both watched—Sirāt. I had actually seen it first, and it impacted me so deeply that I recommended it to everyone I know who appreciates my suggestions. The thing about this movie is that I don’t think everyone will understand or appreciate it. It’s very distant from the world most of us live in or are accustomed to. However, if you’ve ever experienced pure freedom, profound bonding, or deep experimentation in any area of life, I think the movie might speak to you in very personal and powerful ways—even if not in the same way it spoke to me.

If you’re planning to watch it, I’d suggest going in without reading anything about it. But if you want to know the premise, highlight the next paragraph with your mouse:

I’m not going to review the movie in this post—perhaps I’ll write another one about it later.

What emerged from our discussion of Sirāt was a memory of a past relationship I once had with someone who pushed me to limits I didn’t know I could reach. With her, I experienced things I never thought I would. But things didn’t last—she was too intense, too unpredictable. And as much as I tried to make it work, at some point I felt compelled to break up with her. I did, though I believe she was unconsciously—or consciously—pushing me to do it. But that’s not the point here.

What matters is the awareness that surfaced from that reflection. I’ve always dreaded breakups. I don’t think anyone sane enjoys them. It breaks my heart to break someone else’s heart, and the feeling of loneliness and emptiness often drives me into another relationship too quickly—which isn’t the healthiest response. Still, I’ve been lucky to share meaningful connections with special souls, aside from a few situations where I regretted starting something serious too soon with clear mismatches.

What I’ve learned through one relationship after another is that I shouldn’t overthink things too much. Of course, it’s important to learn from each experience and take time to heal emotionally and mentally. But there’s no rulebook for life. Things happen, and we have to go with them—trusting both the process and ourselves. For me, that’s still hard, mostly because of my constant need for balance and peace—things I’m still learning how to compromise on.

#28 Le sfide del processo d’integrazione tra ammirazione e invidia

Una premessa un po’ personale

Fino a qualche anno fa, il modo in cui venivo percepito dagli altri aveva un grande impatto su di me. Mi piaceva soprattutto ispirare ammirazione piuttosto che invidia. Questa aspirazione mi induceva inconsciamente a voler compiacere o impressionare le persone intorno a me, facendo molta attenzione a non risultare arrogante o inautentico. Poi ho iniziato a comprendere le radici del mio bisogno di apprezzamento e, più ne investigavo le origini, meno potente esso diventava.
Quando, all’età di nove anni, mi trasferii in Italia con mia madre, dovetti ricominciare la mia vita da capo. Non solo dal punto di vista educativo e culturale, ma anche nell’inserirmi in una nuova famiglia e farmi nuovi amici. Non si trattava solo di abituarsi a una nuova realtà, ma di accettarla incondizionatamente, poiché, ovviamente, all’età di nove anni, non avevo ancora il potere di decidere se restare o andarmene. L’accettazione, però, non è automatica; anzi, ci sono vari livelli da attraversare per diventare prima consapevoli e poi capire cosa si vuole davvero. Abituarmi, invece, quello dovevo farlo in fretta, ma il mio processo d’integrazione non fu affatto semplice (quando mai lo è?, verrebbe da chiedersi), e gli adulti che avrebbero dovuto guidarmi non furono pazienti.
Trent’anni fa non c’era la consapevolezza, la ricerca e i dibattiti su questo tema come oggi.
A scuola mi misero in una classe indietro senza un programma specifico per il mio caso. Procedemmo tutti un po’ alla cieca: io cercavo di assorbire il più velocemente possibile, ma il processo mi sfiniva periodicamente.
In seguito, dovetti ripetere il primo anno di scuole superiori, perché i miei genitori avevano deciso per me che dovevo frequentare il liceo scientifico. Io, invece, ero ben consapevole delle mie capacità e dei miei limiti e sapevo, già da anni, che il percorso linguistico era quello giusto per me in quella fase della mia vita. Alla fine, al linguistico ci andai, e le cose migliorarono.
Dovetti investire anni per colmare il divario con i miei coetanei, ma non smisi mai di credere in me stesso, anche quando nessuno lo faceva; persino quando i miei stessi genitori sembravano aver perso le speranze e non facevano altro che punirmi in tutti i modi possibili, senza nascondere la delusione che provavano. Devo riconoscere, però, che anche loro si trovavano di fronte a una situazione difficile, senza l’aiuto di psicologi, podcast su temi di crescita personale, libri di self-help e tutte quelle risorse che oggi ci permettono di capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

Superare insicurezze: il valore dei piccoli successi

Faccio un salto in avanti, lasciandomi alle spalle questa premessa forse troppo personale e disorganizzata.
Alla fine, sono riuscito a camminare con le mie gambe, in un paese e un continente diversi, nonostante tutte le difficoltà, il mio passato abbandonato, la famiglia lasciata alle spalle e i sogni mai realizzati in quella vita che avrebbe potuto essere, per vivere in quella che è diventata.
Per me fu uno sforzo mastodontico, di cui non prendo coscienza abbastanza spesso. D’altronde, se non siamo noi stessi a riconoscere i nostri sforzi, difficilmente lo faranno gli altri: o lo danno per scontato, o fanno finta di niente.
A un certo punto, le difficoltà sembrarono diminuire e iniziai ad avere successo nelle imprese che intraprendevo, prima in modo modesto, poi un po’ meno.
Apro una parentesi: è davvero strano scrivere di me stesso su questi temi, sapendo che altri potranno leggere. Non sono nemmeno sicuro di star dicendo tutta la verità. Finora, mi sembra di essermi solo vittimizzato.
Comunque, fu in questo momento, dopo aver superato gli ostacoli più grandi del mio processo di integrazione e aver ottenuto piccoli successi personali, che iniziai a suscitare negli altri ammirazione o invidia, o entrambe.
Capivo benissimo entrambe le emozioni. Da bambino, al mio arrivo in Italia, ero consumato da una silenziosa ma profonda invidia per i miei compagni di classe che si esprimevano in modo fluente, leggevano senza difficoltà e capivano al volo concetti complessi. Al contrario, provavo ammirazione per chi dimostrava onestà, affetto e pazienza nei miei confronti: per me, era una dimostrazione di grandezza smisurata. E furono in pochissimi a dimostrarmelo: penso a Walter, il mio allenatore di canottaggio a Monterosso; Manuel, il mio amico pittore che amavo osservare dipingere; Adriano e Corrado, compagni di barca e amici; Andrea, un genio del liceo, che non ha mai usato la sua intelligenza per sminuirmi, al contrario di molti altri; Mike, un mio amico imprenditore, che si ritagliava un po’ di tempo la mattina prestissimo per insegnarmi a surfare.
Nonostante l’empatia che provavo per coloro che vivevano queste emozioni, inizialmente mi trovavo a mio agio solo nell’essere ammirato; l’invidia degli altri mi disturbava profondamente, la trovavo addirittura pericolosa, come un male che si insidiava nella mia vita e che volevo assolutamente tenere lontano. Col tempo, però, ho imparato ad accettarla, anche quando proveniva da persone a me vicine. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a provarla: vorremmo che le persone che amiamo gioissero dei nostri successi, invece alcune tendono a sminuirci, cercando di demotivarci o addirittura sabotarci. Ma credo che aspettarsi ammirazione sincera da tutti sia ingenuo: sia l’adorazione smisurata sia l’invidia distruttiva hanno la stessa origine, l’insicurezza di chi le prova. E il miglior modo di reagire all’insicurezza che si prova, a mio avviso, è:
1. Capire il prima possibile come migliorarsi – A piccoli passi, giorno dopo giorno, senza lasciarsi sopraffare da sfide titaniche che potrebbero riportarci nell’insicurezza.
2. Smettere subito di paragonarsi agli altri – Il motivo, spero, sia ovvio.

Cosa fare quando riceviamo invidia o ammirazione?

Generalizzando, in modo non del tutto corretto ai fini di concludere questo post, gli invidiosi esprimono la loro ammirazione dicendo il contrario di ciò che pensano. Spesso cercano di screditare i successi altrui, ridimensionandoli a semplici casualità. Gli ammiratori, invece, ci stanno accanto finché non hanno assorbito tutto ciò che abbiamo da offrire.
Imparare a riconoscere questi atteggiamenti e a non lasciarsi condizionare è estremamente importante. Evitare gli invidiosi e gli ammiratori è impossibile, perché tutti, in misura diversa, proviamo invidia o ammirazione. Ciò che conta è sviluppare empatia, riconoscere questi sentimenti in noi e negli altri e, se possibile, trasformarli in qualcosa di costruttivo.

#25 Coerenza interiore e cambiamenti personali tra verità e onestà

Onestà: La qualità interiore di chi si comporta con lealtà, rettitudine e sincerità, in base a principi morali ritenuti universalmente validi.

Verità: Carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o a una realtà obiettiva.

Vocabolario Treccani

Queste definizioni, prese dal vocabolario e lette al volo nel contesto in cui viviamo oggi, mi fanno pensare a una vecchia cornice impolverata appesa al muro di una casa abbandonata chissà dove. Devo dire che molte altre parole che incarnano ideali morali hanno su di me lo stesso effetto malinconico, se considerate in relazione alla realtà che ci circonda. Eppure, continuo a cercarle dentro di me, a perdermi in un mondo che oscilla tra il complesso e il superficiale, spesso confondendomi.

L’onestà, come valore, l’ho sempre distinta dalla verità come concetto, almeno inconsciamente – o almeno credo. Tuttavia, quando mi trovo coinvolto in dinamiche complesse, sia sentimentali che professionali, a volte utilizzo questi due termini in modo intercambiabile, confondendo i loro significati. Ma questa confusione, tutto sommato, la considero positiva perché mi spinge a riflettere più attentamente su entrambi. Non mi interessa tanto esplorare il loro significato o l’etimologia – non avrei le competenze necessarie, non essendo né linguista, né antropologo, né ricercatore. Piuttosto, mi interrogo su ciò che rappresentano per me.

Istintivamente direi che verità e onestà hanno per me un valore quasi assoluto, guidandomi in ogni decisione, azione o interazione quotidiana. Ma affermarlo sarebbe una bugia. Essere onesto, dire la verità e comportarmi in modo autentico è un’impresa che spesso mi sovrasta. Per me, infatti, l’onestà non si limita a dire la verità a qualcuno, ma implica agire in linea con i miei valori, come suggerisce la definizione riportata all’inizio di questo articolo. Se riesco ad agire in linea con i miei principi morali, allora la questione superficiale del “dire la verità” nemmeno si pone, perché ogni azione sarebbe allineata con il mio autentico io, con l’immagine che ho di me stesso.

Ed è qui che mi trovo in un’impasse: l’immagine che ho di me potrebbe non corrispondere alla verità. Eppure, quella stessa immagine, nel tempo, potrebbe guidarmi verso la verità. Ma anche se, in un dato momento, essa fosse effettivamente in linea con il mio autentico io e con i principi morali che ho scelto come base della mia identità, questo stato non sarebbe altro che temporaneo. Io mi percepisco in continua evoluzione, in costante cambiamento, accompagnando un mondo che viaggia a una velocità incredibile – o forse sono io quello lento… chi lo sa. Che il mondo sia veloce o io lento, alla fine non importa.

Io non credo – nel senso di credere devotamente o indiscutibilmente a qualcosa. Questo mio continuo evolvermi ha consolidato un approccio critico e curioso, che mette in discussione tutto.

La morte, ad esempio, non mi spaventa. Invecchiare non mi infastidisce. Perdere i capelli non mi rende paranoico. La solitudine, cambiare amicizie, ricominciare in una nuova città, traslocare in un altro paese, lasciare tutto per un nuovo inizio: sono cose che ho fatto ripetutamente nella mia vita, a volte per circostanze esterne, altre per decisioni personali.

Nonostante questi cambiamenti continui, i miei principi morali guida sono rimasti più o meno gli stessi. A volte mi hanno guidato con maggiore forza, altre con meno. Ed è strano: mentre scrivo, mi viene in mente un altro concetto, quello di fede. Solo nominarlo sembra contraddire tutto ciò che ho detto prima sul fatto che io non credo.

Ma benché le mie riflessioni su questo e mi molti altri temi mi portino spesso contraddizioni o riflessioni inconcludenti, trovo conforto nella complessità e nell’evoluzione costante del mio rapporto con la verità e l’onestà.

#14 Making space to imperfections

The ongoing search for the self

I understood early on in my life a very simple yet extremely valuable lesson: focusing on understanding who I am is one of the most important things I could do, if not the most important. However, despite dedicating time and effort trying to get to the core of myself, I often feel distant from it. Every time I learn something that brings me closer, life humbles me with new challenges, reminding me that this is an ongoing process.

I want to approach this topic from a different perspective—an angle I hadn’t considered until I moved to Berlin and met someone special who shed light on an aspect of this journey I couldn’t grasp until recently.

The myth of idealized lives

As a further premise, I believe that the pervasive influence of American media, which often portrays idealized and utopian lifestyles, with its emphasis on excessive ambition and idolizing the wealthy and famous while showcasing only their most appealing sides, has had an influence. This culture obscure the human element in people, fueling unrealistic and, to be honest, often unworthy aspirations. As I write this, I think about Tyler Durden’s words – the character created by Chuck Palahniuk in Fight Club:

We’ve all been raised on television to believe that one day we’d all be millionaires, and movie gods, and rock stars. But we won’t. And we’re slowly learning that fact. And we’re very, very pissed off.

I would modify this quote, adding that we haven’t only been influenced by television but by various forms of modern media. And, contrary to Durden’s sentiment, there is no valid reason to be “very, very pissed off” about it. On the contrary, I feel relieved to have finally understood the deeper meaning of those words and moved beyond them.

To explain what I mean by this, let me elaborate on my earlier, seemingly inconclusive preamble.

I grew up searching for role models everywhere, only to be disappointed when they inevitably failed to embody their values consistently. This pattern of strict and unfair judgment led me to push away many great people and, even worse, apply this same harshness to myself. It took an enormous effort to develop self-compassion and overcome this ingrained self-criticism.

This approach created numerous problems, but the most troubling was my inability to acknowledge and give space to all aspects of my personality, including the “negative” ones I had long judged harshly. However, once I began to embrace these parts of myself, I started to genuinely appreciate who I am and develop deep empathy for others—even those, I assume, whom most people would find difficult to understand.

There is an important distinction to be made between empathizing with someone and accepting all their actions without discernment. Setting boundaries and recognizing what we can tolerate is a crucial part of this process.

I could delve deeper into this topic, but I’ll stop here by stating that a guiding principle I have integrated into my life is to live authentically, own my attitudes, and avoid being swayed by external influences. Self-analysis, speaking from the heart, therapy, and facing my fears have all helped me identify and step back from mental dependencies. These practices have also revealed the patterns people use to draw admiration for their skills or experiences—and the self-imposing limitations we create.