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Explorations of human experience, daily living, personal growth, and existence.

#29 Uma breve distinção: ambição construtiva e ambição destrutiva

Eu tento sempre pensar em qual será o próximo passo importante que darei na minha vida. E com “passo importante”, quero dizer algo que me fará avançar como indivíduo. No entanto, às vezes me questiono se essa mentalidade não pode acabar complicando nossa vida, em vez de melhorá-la.

Ouso fazer uma distinção entre ambição construtiva e ambição destrutiva. E, ao usar “destrutiva”, não o faço de maneira leviana. Pelo contrário, acredito que uma ambição mal direcionada pode nos levar à perda da saúde, tanto física quanto mental. E não apenas a nossa própria saúde, mas também a das pessoas ao nosso redor. Um exemplo claro disso é a figura de Gordon Gekko, do filme Wall Street dos anos 80, cuja filosofia “ganância é boa” (“greed is good”) reflete perfeitamente os perigos da ambição destrutiva.

O drama dessa questão é que quem é um vetor da ambição destrutiva, na maioria das vezes (e digo isso com base apenas na minha observação pessoal, sem qualquer fundamento em pesquisa científica), não tem consciência disso. Ou, então, foi tão corrompido por essa ambição que já não há mais volta.

Por outro lado, quem manifesta ambição construtiva tem um poder incrível: sua energia parece fluir sem esforço e iluminar muito além de si mesmo. Acredito que essa ambição surja da aceitação de que a vida é feita de ciclos, mais ou menos semelhantes, mas sempre desconhecidos. Podemos imaginar o amanhã, mas nunca saberemos exatamente como ele se desenvolverá. E não saber o que nos espera, não ter controle absoluto, não é algo ruim. Pelo contrário, aprender a se entregar ao desconhecido nos ensina a aceitar o fluxo natural da vida.

Já a ambição destrutiva parece estar enraizada no desejo de controle. E esse desejo, por sua vez, nasce do medo de perdê-lo. Por isso, essa forma de ambição tem um poder corrompedor: tudo aquilo que não sabemos deixar ir tem o poder de corromper nossa alma.

#28 Le sfide del processo d’integrazione tra ammirazione e invidia

Una premessa un po’ personale

Fino a qualche anno fa, il modo in cui venivo percepito dagli altri aveva un grande impatto su di me. Mi piaceva soprattutto ispirare ammirazione piuttosto che invidia. Questa aspirazione mi induceva inconsciamente a voler compiacere o impressionare le persone intorno a me, facendo molta attenzione a non risultare arrogante o inautentico. Poi ho iniziato a comprendere le radici del mio bisogno di apprezzamento e, più ne investigavo le origini, meno potente esso diventava.
Quando, all’età di nove anni, mi trasferii in Italia con mia madre, dovetti ricominciare la mia vita da capo. Non solo dal punto di vista educativo e culturale, ma anche nell’inserirmi in una nuova famiglia e farmi nuovi amici. Non si trattava solo di abituarsi a una nuova realtà, ma di accettarla incondizionatamente, poiché, ovviamente, all’età di nove anni, non avevo ancora il potere di decidere se restare o andarmene. L’accettazione, però, non è automatica; anzi, ci sono vari livelli da attraversare per diventare prima consapevoli e poi capire cosa si vuole davvero. Abituarmi, invece, quello dovevo farlo in fretta, ma il mio processo d’integrazione non fu affatto semplice (quando mai lo è?, verrebbe da chiedersi), e gli adulti che avrebbero dovuto guidarmi non furono pazienti.
Trent’anni fa non c’era la consapevolezza, la ricerca e i dibattiti su questo tema come oggi.
A scuola mi misero in una classe indietro senza un programma specifico per il mio caso. Procedemmo tutti un po’ alla cieca: io cercavo di assorbire il più velocemente possibile, ma il processo mi sfiniva periodicamente.
In seguito, dovetti ripetere il primo anno di scuole superiori, perché i miei genitori avevano deciso per me che dovevo frequentare il liceo scientifico. Io, invece, ero ben consapevole delle mie capacità e dei miei limiti e sapevo, già da anni, che il percorso linguistico era quello giusto per me in quella fase della mia vita. Alla fine, al linguistico ci andai, e le cose migliorarono.
Dovetti investire anni per colmare il divario con i miei coetanei, ma non smisi mai di credere in me stesso, anche quando nessuno lo faceva; persino quando i miei stessi genitori sembravano aver perso le speranze e non facevano altro che punirmi in tutti i modi possibili, senza nascondere la delusione che provavano. Devo riconoscere, però, che anche loro si trovavano di fronte a una situazione difficile, senza l’aiuto di psicologi, podcast su temi di crescita personale, libri di self-help e tutte quelle risorse che oggi ci permettono di capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

Superare insicurezze: il valore dei piccoli successi

Faccio un salto in avanti, lasciandomi alle spalle questa premessa forse troppo personale e disorganizzata.
Alla fine, sono riuscito a camminare con le mie gambe, in un paese e un continente diversi, nonostante tutte le difficoltà, il mio passato abbandonato, la famiglia lasciata alle spalle e i sogni mai realizzati in quella vita che avrebbe potuto essere, per vivere in quella che è diventata.
Per me fu uno sforzo mastodontico, di cui non prendo coscienza abbastanza spesso. D’altronde, se non siamo noi stessi a riconoscere i nostri sforzi, difficilmente lo faranno gli altri: o lo danno per scontato, o fanno finta di niente.
A un certo punto, le difficoltà sembrarono diminuire e iniziai ad avere successo nelle imprese che intraprendevo, prima in modo modesto, poi un po’ meno.
Apro una parentesi: è davvero strano scrivere di me stesso su questi temi, sapendo che altri potranno leggere. Non sono nemmeno sicuro di star dicendo tutta la verità. Finora, mi sembra di essermi solo vittimizzato.
Comunque, fu in questo momento, dopo aver superato gli ostacoli più grandi del mio processo di integrazione e aver ottenuto piccoli successi personali, che iniziai a suscitare negli altri ammirazione o invidia, o entrambe.
Capivo benissimo entrambe le emozioni. Da bambino, al mio arrivo in Italia, ero consumato da una silenziosa ma profonda invidia per i miei compagni di classe che si esprimevano in modo fluente, leggevano senza difficoltà e capivano al volo concetti complessi. Al contrario, provavo ammirazione per chi dimostrava onestà, affetto e pazienza nei miei confronti: per me, era una dimostrazione di grandezza smisurata. E furono in pochissimi a dimostrarmelo: penso a Walter, il mio allenatore di canottaggio a Monterosso; Manuel, il mio amico pittore che amavo osservare dipingere; Adriano e Corrado, compagni di barca e amici; Andrea, un genio del liceo, che non ha mai usato la sua intelligenza per sminuirmi, al contrario di molti altri; Mike, un mio amico imprenditore, che si ritagliava un po’ di tempo la mattina prestissimo per insegnarmi a surfare.
Nonostante l’empatia che provavo per coloro che vivevano queste emozioni, inizialmente mi trovavo a mio agio solo nell’essere ammirato; l’invidia degli altri mi disturbava profondamente, la trovavo addirittura pericolosa, come un male che si insidiava nella mia vita e che volevo assolutamente tenere lontano. Col tempo, però, ho imparato ad accettarla, anche quando proveniva da persone a me vicine. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a provarla: vorremmo che le persone che amiamo gioissero dei nostri successi, invece alcune tendono a sminuirci, cercando di demotivarci o addirittura sabotarci. Ma credo che aspettarsi ammirazione sincera da tutti sia ingenuo: sia l’adorazione smisurata sia l’invidia distruttiva hanno la stessa origine, l’insicurezza di chi le prova. E il miglior modo di reagire all’insicurezza che si prova, a mio avviso, è:
1. Capire il prima possibile come migliorarsi – A piccoli passi, giorno dopo giorno, senza lasciarsi sopraffare da sfide titaniche che potrebbero riportarci nell’insicurezza.
2. Smettere subito di paragonarsi agli altri – Il motivo, spero, sia ovvio.

Cosa fare quando riceviamo invidia o ammirazione?

Generalizzando, in modo non del tutto corretto ai fini di concludere questo post, gli invidiosi esprimono la loro ammirazione dicendo il contrario di ciò che pensano. Spesso cercano di screditare i successi altrui, ridimensionandoli a semplici casualità. Gli ammiratori, invece, ci stanno accanto finché non hanno assorbito tutto ciò che abbiamo da offrire.
Imparare a riconoscere questi atteggiamenti e a non lasciarsi condizionare è estremamente importante. Evitare gli invidiosi e gli ammiratori è impossibile, perché tutti, in misura diversa, proviamo invidia o ammirazione. Ciò che conta è sviluppare empatia, riconoscere questi sentimenti in noi e negli altri e, se possibile, trasformarli in qualcosa di costruttivo.

#26 Il peso di gennaio: timori, speranze e resilienza

Sono alla fine dell’ultimo lunedì di gennaio e mi sento stanco, non per la giornata lavorativa appena conclusa, ma per la quantità di eventi che si sono susseguiti in queste poche settimane del nuovo anno. Eventi che vanno da quelli che riempiono il cuore di speranza, come la liberazione di Cecilia Sala dalla prigione in Iran, a quelli che lasciano sospesi tra sollievo e diffidenza, come il cessate il fuoco a Gaza, fino a quelli che fanno venire i brividi, come il braccio teso di Elon Musk a ringraziare la folla per la fiducia riposta in loro, MAGA boys.

A più riprese mi sono detto: “Certe notizie sono veramente delle supercazzole,” oppure, ispirate ad una scena del film Idiocracy, in cui la società è talmente decadente che persino il senso comune più basico sembra perdere ogni significato.

A febbraio ci attendono le elezioni qui in Germania; a maggio, quelle in Romania. Rabbrividisco pensando alla piega ancora più Orwelliana che potrebbe delinearsi di fronte a noi.

In questi momenti, vengo assorbito da una spirale di pensieri e riflessioni nel tentativo di decifrare l’indecifrabile destino dell’umanità. Cerco di ritrovare quei concetti che ormai sembrano dissolversi in particelle sempre più minuscole e inafferrabili: pace, democrazia, tolleranza. Eppure, è in questi momenti che mi dico: ci siamo già passati e ce l’abbiamo fatta. L’umanità ha vissuto orrori indescrivibili. Impareremo dai nostri errori ed evolveremo.

Mi soffermo sulla semplice constatazione della nostra capacità, come esseri umani, di commettere errori che vanno al di là di ogni concezione. Eppure, riusciamo a imparare da essi, anche quando il nostro destino sembra irreversibilmente compromesso da azioni che non hanno nulla di umano.

E allora, prendo un lungo sospiro. Non è un sospiro di sollievo, perché il sollievo oggi è difficile trovarlo. È semplicemente un sospiro che, tuttavia, mi permette di riconnettermi con il mio corpo e tornare a percepire ciò che mi sta intorno, un po’ più presente.

Mi sforzo poi di pensare alla cosa più bella che mi sia capitata oggi, questa settimana e questo mese, e tre immagini mi vengono in mente: il volto della donna che amo, le piante di cui mi prendo cura e il mio corpo che ancora funziona.

#25 Coerenza interiore e cambiamenti personali tra verità e onestà

Onestà: La qualità interiore di chi si comporta con lealtà, rettitudine e sincerità, in base a principi morali ritenuti universalmente validi.

Verità: Carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o a una realtà obiettiva.

Vocabolario Treccani

Queste definizioni, prese dal vocabolario e lette al volo nel contesto in cui viviamo oggi, mi fanno pensare a una vecchia cornice impolverata appesa al muro di una casa abbandonata chissà dove. Devo dire che molte altre parole che incarnano ideali morali hanno su di me lo stesso effetto malinconico, se considerate in relazione alla realtà che ci circonda. Eppure, continuo a cercarle dentro di me, a perdermi in un mondo che oscilla tra il complesso e il superficiale, spesso confondendomi.

L’onestà, come valore, l’ho sempre distinta dalla verità come concetto, almeno inconsciamente – o almeno credo. Tuttavia, quando mi trovo coinvolto in dinamiche complesse, sia sentimentali che professionali, a volte utilizzo questi due termini in modo intercambiabile, confondendo i loro significati. Ma questa confusione, tutto sommato, la considero positiva perché mi spinge a riflettere più attentamente su entrambi. Non mi interessa tanto esplorare il loro significato o l’etimologia – non avrei le competenze necessarie, non essendo né linguista, né antropologo, né ricercatore. Piuttosto, mi interrogo su ciò che rappresentano per me.

Istintivamente direi che verità e onestà hanno per me un valore quasi assoluto, guidandomi in ogni decisione, azione o interazione quotidiana. Ma affermarlo sarebbe una bugia. Essere onesto, dire la verità e comportarmi in modo autentico è un’impresa che spesso mi sovrasta. Per me, infatti, l’onestà non si limita a dire la verità a qualcuno, ma implica agire in linea con i miei valori, come suggerisce la definizione riportata all’inizio di questo articolo. Se riesco ad agire in linea con i miei principi morali, allora la questione superficiale del “dire la verità” nemmeno si pone, perché ogni azione sarebbe allineata con il mio autentico io, con l’immagine che ho di me stesso.

Ed è qui che mi trovo in un’impasse: l’immagine che ho di me potrebbe non corrispondere alla verità. Eppure, quella stessa immagine, nel tempo, potrebbe guidarmi verso la verità. Ma anche se, in un dato momento, essa fosse effettivamente in linea con il mio autentico io e con i principi morali che ho scelto come base della mia identità, questo stato non sarebbe altro che temporaneo. Io mi percepisco in continua evoluzione, in costante cambiamento, accompagnando un mondo che viaggia a una velocità incredibile – o forse sono io quello lento… chi lo sa. Che il mondo sia veloce o io lento, alla fine non importa.

Io non credo – nel senso di credere devotamente o indiscutibilmente a qualcosa. Questo mio continuo evolvermi ha consolidato un approccio critico e curioso, che mette in discussione tutto.

La morte, ad esempio, non mi spaventa. Invecchiare non mi infastidisce. Perdere i capelli non mi rende paranoico. La solitudine, cambiare amicizie, ricominciare in una nuova città, traslocare in un altro paese, lasciare tutto per un nuovo inizio: sono cose che ho fatto ripetutamente nella mia vita, a volte per circostanze esterne, altre per decisioni personali.

Nonostante questi cambiamenti continui, i miei principi morali guida sono rimasti più o meno gli stessi. A volte mi hanno guidato con maggiore forza, altre con meno. Ed è strano: mentre scrivo, mi viene in mente un altro concetto, quello di fede. Solo nominarlo sembra contraddire tutto ciò che ho detto prima sul fatto che io non credo.

Ma benché le mie riflessioni su questo e mi molti altri temi mi portino spesso contraddizioni o riflessioni inconcludenti, trovo conforto nella complessità e nell’evoluzione costante del mio rapporto con la verità e l’onestà.

#23 A cross-cultural journey leading to authenticity

I recently had a conversation with a German friend that brought up an interesting topic highlighting cultural differences and perspectives.
We started talking about ethics in customer service and sales, then expanded the conversation to the importance of being authentic and honest. From his point of view and upbringing, being one’s true self and saying what one thinks is essential and non-negotiable. Today, I agree with him 100% on this viewpoint, but back then, I was caught up in the mechanisms of the main cultures I was exposed to as a child and adolescent. I probably wouldn’t have even been able to acknowledge its importance.

We were drinking tea, and he picked up a mug to make a point:
“In Germany, I would sell this (the mug) to you by saying, ‘You can drink from it.’ Maybe I would additionally mention the quality of the material, but that’s it.”

Yes, I thought, that aligns with my experience with Germans—a very essential, functional, and honest approach. That’s one of the main reasons I like living here: I don’t lose sleep trying to interpret the hidden meanings of something someone told me the day before. They say what they think and think what they say, most of the time.

“In Italy and Brazil, that wouldn’t work,” I replied. “Marketing is a powerful component in selling any product, and you need to deliver a story that touches the heart to catch someone’s attention.”

That’s not exactly what I said; I’m paraphrasing a little. We were speaking in German, so I probably said something even more basic, but that’s what I was trying to communicate. However, as I wrote this paraphrased version, I noticed the issue again in the words “to catch someone’s attention.”

From my experience, in Latin America and Mediterranean countries, emotions and feelings are deeply embedded in communication. Some might perceive this as dramatic, while others might call it passionate. The challenge, however, is that one can easily get carried away by emotions and stories. Trying to convince an audience—or simply “to catch their attention”—by leveraging emotions is a tricky endeavor. It can often blur into manipulation, where pleasing others, telling white lies, or navigating situations through embellished stories (whether true or not) becomes a common practice.

This approach often shifts the focus toward meeting the expectations of others rather than adhering to the values that are meaningful to oneself. As a result, it sometimes feels like everyone is playing a role rather than being their authentic selves. And yet, I recognize that these are cultural traits of the societies and communities I’ve been exposed to. Of course, there are ways to develop ethical practices within these cultural frameworks, but I’d argue that it’s challenging to stay authentic—or, to put it less abstractly, to remain connected to one’s core and true self.

The greater danger is that, in constantly trying to meet others’ expectations, we risk losing touch with our own needs. Personally, I feel I’ve grown closer to understanding my own needs in the five years I’ve lived in Germany than in the thirty-three years I lived elsewhere. Perhaps this is simply part of my natural maturation process, unrelated to the cultural environment—one can never be entirely certain. Still, I believe living here has significantly influenced this journey.

I say all this without resentment or regret about my past or roots—or at least, I hope that’s true.

To close, I hope I haven’t hurt anyone’s feelings with this anecdotal and spontaneous reflection. I realize cultural differences are a slippery slope and are often prone to stereotyping. If I’ve fallen into that trap, I apologize in advance.

#22 My forgotten Happy Thoughts

Toodles: [Searching for something on the floor] Lost, lost, lost.
Peter Banning: Lost what?
Toodles: I’ve lost my marbles.

With this short dialogue, we were introduced to Toodles in Hook, the amazing Peter Pan movie from the ’90s starring Robin Williams. The way I understood it, the marbles mentioned in the dialogue were a metaphor for Peter Pan’s happy thoughts—something he had literally lost, growing up into an insensitive workaholic adult named Peter Banning. Later in the movie, he finds them again (both Toodles’ marbles and his own happy thoughts) after an amazing adventure in Neverland to rescue his children from the clutches of Captain Hook, who had kidnapped them.

On a separate and unrelated subject, a few days ago was the birthday of one of the most important people I’ve met in my entire life: my uncle Beto. During my childhood, Uncle Beto was like a father to me—the best one anyone could wish for.

He made me laugh and taught me amazing things, like putting glass on my kite strings to win kite battles against other very competitive kids. He allowed me to express myself: smile, laugh, make silly jokes, and ask a thousand times the same question—he would actually play along. He never dismissed me and always explained things in a way that sparked curiosity, even when I had no idea what he was talking about.

I could spend an entire day listing the reasons why he played an immense role in my life and the person I’ve become. Despite this, he never sought recognition or validation. Life eventually pulled us apart for reasons too long to explain, but hardly a day goes by without me thinking of him as one of the heroes of my childhood.

On another unrelated topic, last year (2024) marked the 30th anniversary of Ayrton Senna’s death. “Ayrton Senna from Brazil,” as the famous Brazilian commentator Galvão Bueno used to call him enthusiastically while narrating Senna’s Formula 1 performance, which kept all of Brazil glued to their TVs. Senna also influenced me greatly with the values he embodied: tenacity in the face of immense challenges, generosity and passion among many.

Now, here is where these seemingly unrelated topics come together.
The other day, after greeting my uncle for his birthday, I told him I had watched the Senna miniseries on Netflix. It reminded me of when we used to go to his parents’ house for the weekend and ended the day watching Formula 1 Grand Prix races, rooting for Senna.

He replied with a beautiful message that made me very emotional. He said he had also watched the series and that it reminded him of me. He recalled some episodes from when I was a kid—like how, while driving with me in the backseat about to fall asleep, he would say, “Look, there’s Senna out there!” and I’d wake up immediately, looking for Senna outside the window. I couldn’t remember that memory before he mentioned it, but it was so precious to me because I loved hearing my uncle’s laugh—always full of joy and childlike energy, despite his ability to make us all feel safe and protected.

Then, he reminded me of the day Senna died. It was one of the saddest days in Brazil’s recent history. As crazy as it may sound, you’d have to have been there in Brazil during those years to truly understand. My uncle told me that after learning the news, he came to check on me. We were going to his parents’ house that day, but when he found me, I already knew. We cried together in the elevator while getting ready. Now I remember that moment, though I didn’t before he brought it up. There are many moments of my childhood that I don’t remember—many happy ones.

I’m left with a question: Have I gone from Peter Pan to Peter Banning? Have I become an insensitive workaholic adult who’s lost his marbles and happy thoughts? Maybe, or maybe not. Perhaps Hook will come for me and take me back to Neverland. No! As usual, I’ll need to do the hard work of digging, understanding, and integrating to get there.  But once again, thanks to my uncle, Senna and Peter Pan, I’ve learned something important: it’s never too late to rediscover the joy and wonder we once held close.
Whether through reconnecting with loved ones, revisiting cherished memories, or embracing the values of our heroes, we have the power to reclaim our marbles and rediscover our happy thoughts.