Author Archives: Carlos

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I love writing.

#31 What I don’t want to write about

This week, I tried to write a post several times, failing miserably at each attempt.

Initially, I wanted to write about my holiday in Portugal. I managed a few paragraphs and even came up with a title I really liked. It felt simple, catchy, and fitting for the overall topic I had in mind: “The importance of taking a break.” But by the time I reached paragraph five, I had already lost the plot. I was writing about anything but the importance of taking a break.

Instead, I found myself rambling about the thoughts that had accompanied me during my vacation in Portugal—things like “I’m grateful for this…”, “I found that so annoying…”, “That person was a creep”, “That other person was so nice”, and so on.

I read the whole thing out loud again, and it irritated me. I didn’t want to put anybody else through that unexciting, boring collection of random thoughts. So, I deleted it and started all over again.

My next idea was to talk about a project that I’ve had in mind for a while now: reading extracts from books that taught me valuable lessons. This time, however, the title I came up with was disastrous: “A reading project.” Just for the record, I think it’s important to come up with the title at some point during the writing process. It gives me clear direction—an answer to the quintessential writer’s question: “What do I want to write about?” But no, “A reading project” didn’t strike a chord. It was too broad, and somehow I ended up talking about childhood dreams I had long forgotten.

Today, three hours of my precious time went by between unexciting meal prepping, interrupted second-season episodes of Fleabag, chips, large cups of coffee, and random words written on WordPress. All this while the sun was shining brightly outside. And there I was, thinking, Well then, when it’s raining you can’t really complain about it.

At that point, I was ready to give up. I was starting to feel like a fraud, questioning my skills, creativity, attention span, life—while also feeling deep guilt for wasting a sunny day. WTF?!

Then I realized something—or better, I found something to blame for my lack of ideas: society, once again. Of course! In these times of uncertainty (I think this is one of my most used words lately), insecurity (this is my second), and lack of collective purpose—other than worrying about war, having a stable job, and how crazy we’re all becoming, ignorant, and trapped in a vicious cycle of extreme events (which, in my case, feels like the beginning of a new Middle Age).

But again, no. That has nothing to do with my writing skills, creative process, and so on. I’m just in my own process. I’m realizing, once again, that I don’t have to figure out what I want to write about. Instead, I just need to go with what’s true to me in a specific moment—which, in itself, is a challenging endeavor.

So, in the end, I would conclude by saying that there is no magic formula. For me, every post is a new, very different experience. The only thing I can do is try to look into myself honestly and figure out what’s true to me in the moment.

What we want to write about sometimes comes by excluding what we don’t want to write about. Hence, letting go of what doesn’t resonate with us in a given moment and leaving space for what does.

#30 Dialogo con l’ombra tra incubi e rivelazioni

Un alter ego che ritorna di notte:

«Da qualche giorno torno a farti visita mentre dormi. Ti sveglio precisamente alle tre di notte, dopo una serie di incubi ricorrenti che ti danno da pensare durante tutto il giorno successivo. Non è il contenuto degli incubi a tenere la tua mente occupata – quello, se non lo scrivi subito dopo esserti svegliato, finisci per dimenticarlo – ma pensieri apparentemente casuali e disconnessi tra loro.

L’intensità di questi pensieri ti spaventa: sono talmente forti da provocarti seri sbalzi d’umore, mal di testa, o addirittura da indebolirti fisicamente. Questo succede perché non affronti ciò che realmente ti tormenta, qualcosa che si nasconde ancora nel tuo subconscio… oppure, semplicemente, ti manca il coraggio di guardare in faccia la verità.

Quest’ultimo caso è come un limbo per te: finché non affronterai la verità, sarai condannato a un eterno patimento.

Non puoi parlarne in dettaglio con nessuno: si tratta di temi troppo personali e sensibili. Quello che potresti dire è che, tempo fa, c’era qualcosa che ti dava dipendenza. Qualcosa che ti offriva la convalida che cercavi ogni volta che non la ricevevi dalla fonte da cui te l’aspettavi.

Col tempo, e grazie a un lungo lavoro su te stesso, sei riuscito a superare quella dipendenza. Tuttavia, nei momenti di debolezza, insicurezza o incertezza, la tentazione di abbandonarti a essa ritorna. Ha ancora il potere di stravolgere la tua vita, come accadeva in passato, isolandoti nelle tue convinzioni.

Ma la chiave non è più un segreto nascosto dalla tua stessa mente. Devi affrontarmi. Io sono la tua più grande paura. Guardati nello specchio e scruta nel profondo, proprio dove non vuoi andare. Ammetti quello che non vuoi ammettere. Diventa chi non hai ancora trovato il coraggio di diventare.»

#29 Uma breve distinção: ambição construtiva e ambição destrutiva

Eu tento sempre pensar em qual será o próximo passo importante que darei na minha vida. E com “passo importante”, quero dizer algo que me fará avançar como indivíduo. No entanto, às vezes me questiono se essa mentalidade não pode acabar complicando nossa vida, em vez de melhorá-la.

Ouso fazer uma distinção entre ambição construtiva e ambição destrutiva. E, ao usar “destrutiva”, não o faço de maneira leviana. Pelo contrário, acredito que uma ambição mal direcionada pode nos levar à perda da saúde, tanto física quanto mental. E não apenas a nossa própria saúde, mas também a das pessoas ao nosso redor. Um exemplo claro disso é a figura de Gordon Gekko, do filme Wall Street dos anos 80, cuja filosofia “ganância é boa” (“greed is good”) reflete perfeitamente os perigos da ambição destrutiva.

O drama dessa questão é que quem é um vetor da ambição destrutiva, na maioria das vezes (e digo isso com base apenas na minha observação pessoal, sem qualquer fundamento em pesquisa científica), não tem consciência disso. Ou, então, foi tão corrompido por essa ambição que já não há mais volta.

Por outro lado, quem manifesta ambição construtiva tem um poder incrível: sua energia parece fluir sem esforço e iluminar muito além de si mesmo. Acredito que essa ambição surja da aceitação de que a vida é feita de ciclos, mais ou menos semelhantes, mas sempre desconhecidos. Podemos imaginar o amanhã, mas nunca saberemos exatamente como ele se desenvolverá. E não saber o que nos espera, não ter controle absoluto, não é algo ruim. Pelo contrário, aprender a se entregar ao desconhecido nos ensina a aceitar o fluxo natural da vida.

Já a ambição destrutiva parece estar enraizada no desejo de controle. E esse desejo, por sua vez, nasce do medo de perdê-lo. Por isso, essa forma de ambição tem um poder corrompedor: tudo aquilo que não sabemos deixar ir tem o poder de corromper nossa alma.

#28 Le sfide del processo d’integrazione tra ammirazione e invidia

Una premessa un po’ personale

Fino a qualche anno fa, il modo in cui venivo percepito dagli altri aveva un grande impatto su di me. Mi piaceva soprattutto ispirare ammirazione piuttosto che invidia. Questa aspirazione mi induceva inconsciamente a voler compiacere o impressionare le persone intorno a me, facendo molta attenzione a non risultare arrogante o inautentico. Poi ho iniziato a comprendere le radici del mio bisogno di apprezzamento e, più ne investigavo le origini, meno potente esso diventava.
Quando, all’età di nove anni, mi trasferii in Italia con mia madre, dovetti ricominciare la mia vita da capo. Non solo dal punto di vista educativo e culturale, ma anche nell’inserirmi in una nuova famiglia e farmi nuovi amici. Non si trattava solo di abituarsi a una nuova realtà, ma di accettarla incondizionatamente, poiché, ovviamente, all’età di nove anni, non avevo ancora il potere di decidere se restare o andarmene. L’accettazione, però, non è automatica; anzi, ci sono vari livelli da attraversare per diventare prima consapevoli e poi capire cosa si vuole davvero. Abituarmi, invece, quello dovevo farlo in fretta, ma il mio processo d’integrazione non fu affatto semplice (quando mai lo è?, verrebbe da chiedersi), e gli adulti che avrebbero dovuto guidarmi non furono pazienti.
Trent’anni fa non c’era la consapevolezza, la ricerca e i dibattiti su questo tema come oggi.
A scuola mi misero in una classe indietro senza un programma specifico per il mio caso. Procedemmo tutti un po’ alla cieca: io cercavo di assorbire il più velocemente possibile, ma il processo mi sfiniva periodicamente.
In seguito, dovetti ripetere il primo anno di scuole superiori, perché i miei genitori avevano deciso per me che dovevo frequentare il liceo scientifico. Io, invece, ero ben consapevole delle mie capacità e dei miei limiti e sapevo, già da anni, che il percorso linguistico era quello giusto per me in quella fase della mia vita. Alla fine, al linguistico ci andai, e le cose migliorarono.
Dovetti investire anni per colmare il divario con i miei coetanei, ma non smisi mai di credere in me stesso, anche quando nessuno lo faceva; persino quando i miei stessi genitori sembravano aver perso le speranze e non facevano altro che punirmi in tutti i modi possibili, senza nascondere la delusione che provavano. Devo riconoscere, però, che anche loro si trovavano di fronte a una situazione difficile, senza l’aiuto di psicologi, podcast su temi di crescita personale, libri di self-help e tutte quelle risorse che oggi ci permettono di capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

Superare insicurezze: il valore dei piccoli successi

Faccio un salto in avanti, lasciandomi alle spalle questa premessa forse troppo personale e disorganizzata.
Alla fine, sono riuscito a camminare con le mie gambe, in un paese e un continente diversi, nonostante tutte le difficoltà, il mio passato abbandonato, la famiglia lasciata alle spalle e i sogni mai realizzati in quella vita che avrebbe potuto essere, per vivere in quella che è diventata.
Per me fu uno sforzo mastodontico, di cui non prendo coscienza abbastanza spesso. D’altronde, se non siamo noi stessi a riconoscere i nostri sforzi, difficilmente lo faranno gli altri: o lo danno per scontato, o fanno finta di niente.
A un certo punto, le difficoltà sembrarono diminuire e iniziai ad avere successo nelle imprese che intraprendevo, prima in modo modesto, poi un po’ meno.
Apro una parentesi: è davvero strano scrivere di me stesso su questi temi, sapendo che altri potranno leggere. Non sono nemmeno sicuro di star dicendo tutta la verità. Finora, mi sembra di essermi solo vittimizzato.
Comunque, fu in questo momento, dopo aver superato gli ostacoli più grandi del mio processo di integrazione e aver ottenuto piccoli successi personali, che iniziai a suscitare negli altri ammirazione o invidia, o entrambe.
Capivo benissimo entrambe le emozioni. Da bambino, al mio arrivo in Italia, ero consumato da una silenziosa ma profonda invidia per i miei compagni di classe che si esprimevano in modo fluente, leggevano senza difficoltà e capivano al volo concetti complessi. Al contrario, provavo ammirazione per chi dimostrava onestà, affetto e pazienza nei miei confronti: per me, era una dimostrazione di grandezza smisurata. E furono in pochissimi a dimostrarmelo: penso a Walter, il mio allenatore di canottaggio a Monterosso; Manuel, il mio amico pittore che amavo osservare dipingere; Adriano e Corrado, compagni di barca e amici; Andrea, un genio del liceo, che non ha mai usato la sua intelligenza per sminuirmi, al contrario di molti altri; Mike, un mio amico imprenditore, che si ritagliava un po’ di tempo la mattina prestissimo per insegnarmi a surfare.
Nonostante l’empatia che provavo per coloro che vivevano queste emozioni, inizialmente mi trovavo a mio agio solo nell’essere ammirato; l’invidia degli altri mi disturbava profondamente, la trovavo addirittura pericolosa, come un male che si insidiava nella mia vita e che volevo assolutamente tenere lontano. Col tempo, però, ho imparato ad accettarla, anche quando proveniva da persone a me vicine. Anzi, spesso sono proprio queste ultime a provarla: vorremmo che le persone che amiamo gioissero dei nostri successi, invece alcune tendono a sminuirci, cercando di demotivarci o addirittura sabotarci. Ma credo che aspettarsi ammirazione sincera da tutti sia ingenuo: sia l’adorazione smisurata sia l’invidia distruttiva hanno la stessa origine, l’insicurezza di chi le prova. E il miglior modo di reagire all’insicurezza che si prova, a mio avviso, è:
1. Capire il prima possibile come migliorarsi – A piccoli passi, giorno dopo giorno, senza lasciarsi sopraffare da sfide titaniche che potrebbero riportarci nell’insicurezza.
2. Smettere subito di paragonarsi agli altri – Il motivo, spero, sia ovvio.

Cosa fare quando riceviamo invidia o ammirazione?

Generalizzando, in modo non del tutto corretto ai fini di concludere questo post, gli invidiosi esprimono la loro ammirazione dicendo il contrario di ciò che pensano. Spesso cercano di screditare i successi altrui, ridimensionandoli a semplici casualità. Gli ammiratori, invece, ci stanno accanto finché non hanno assorbito tutto ciò che abbiamo da offrire.
Imparare a riconoscere questi atteggiamenti e a non lasciarsi condizionare è estremamente importante. Evitare gli invidiosi e gli ammiratori è impossibile, perché tutti, in misura diversa, proviamo invidia o ammirazione. Ciò che conta è sviluppare empatia, riconoscere questi sentimenti in noi e negli altri e, se possibile, trasformarli in qualcosa di costruttivo.

#27 Talk with each other, not about each other: a leadership lesson

A couple of months after starting my current job, the CEO gave a speech at the company’s ten-year anniversary event.

I’ve never been a fan of corporate speeches. I often find them repetitive, inauthentic, and lacking the kind of substance that resonates with me. As far as I remember, my peers in previous companies felt the same way—we would roll our eyes in sync at nearly every sentence. At times, these speeches felt like emotional manipulation, borderline blackmail, yet another attempt to motivate a tired and bored workforce to go the extra mile, again and again, for the sake of the product, the company’s vision, and ultimately, the leadership’s agenda.

However, at this end-of-year event, I was pleasantly surprised by the CEO’s words. His speech wasn’t about numbers, nor did it attempt to persuade everyone to rally behind a mission full of empty promises. It wasn’t an ego-driven monologue designed to make us grovel at his feet. Yes, there were glasses raised to celebrate the company’s achievements, but the focus was on gratitude. He thanked almost everyone in the room, individually and as a team, highlighting something specific that each person contributed, recognizing qualities worth appreciating.

It was a long evening of speeches—maybe too long for my taste. I left earlier than most because, honestly, I never linger at these events. I already spend countless hours at the office, giving my all to my work with the highest level of dedication. Once I’m out, I want to live my life.

Even so, I walked away from that event with one key takeaway: a sentence the CEO shared at the end of his speech. He reminded us that we are a team and, to collaborate sustainably, we need to uphold certain core values. He summed it up perfectly by saying, “Talk with each other, not about each other.”

I can’t even begin to describe how much those words meant to me. They deeply resonated because, too often, workplace dynamics evolve into what people call “company politics.” In my experience, this term doesn’t have a positive connotation. It often means talking the loudest, speaking behind others’ backs, and adopting an overachieving, opportunistic mindset.

By saying, “Talk with each other, not about each other,” he championed values of collaboration, honesty, and a focus on the craft itself, instead of wasting energy on counterproductive behaviors. Those words inspired me to channel my efforts into genuine teamwork and meaningful contributions.

#26 Il peso di gennaio: timori, speranze e resilienza

Sono alla fine dell’ultimo lunedì di gennaio e mi sento stanco, non per la giornata lavorativa appena conclusa, ma per la quantità di eventi che si sono susseguiti in queste poche settimane del nuovo anno. Eventi che vanno da quelli che riempiono il cuore di speranza, come la liberazione di Cecilia Sala dalla prigione in Iran, a quelli che lasciano sospesi tra sollievo e diffidenza, come il cessate il fuoco a Gaza, fino a quelli che fanno venire i brividi, come il braccio teso di Elon Musk a ringraziare la folla per la fiducia riposta in loro, MAGA boys.

A più riprese mi sono detto: “Certe notizie sono veramente delle supercazzole,” oppure, ispirate ad una scena del film Idiocracy, in cui la società è talmente decadente che persino il senso comune più basico sembra perdere ogni significato.

A febbraio ci attendono le elezioni qui in Germania; a maggio, quelle in Romania. Rabbrividisco pensando alla piega ancora più Orwelliana che potrebbe delinearsi di fronte a noi.

In questi momenti, vengo assorbito da una spirale di pensieri e riflessioni nel tentativo di decifrare l’indecifrabile destino dell’umanità. Cerco di ritrovare quei concetti che ormai sembrano dissolversi in particelle sempre più minuscole e inafferrabili: pace, democrazia, tolleranza. Eppure, è in questi momenti che mi dico: ci siamo già passati e ce l’abbiamo fatta. L’umanità ha vissuto orrori indescrivibili. Impareremo dai nostri errori ed evolveremo.

Mi soffermo sulla semplice constatazione della nostra capacità, come esseri umani, di commettere errori che vanno al di là di ogni concezione. Eppure, riusciamo a imparare da essi, anche quando il nostro destino sembra irreversibilmente compromesso da azioni che non hanno nulla di umano.

E allora, prendo un lungo sospiro. Non è un sospiro di sollievo, perché il sollievo oggi è difficile trovarlo. È semplicemente un sospiro che, tuttavia, mi permette di riconnettermi con il mio corpo e tornare a percepire ciò che mi sta intorno, un po’ più presente.

Mi sforzo poi di pensare alla cosa più bella che mi sia capitata oggi, questa settimana e questo mese, e tre immagini mi vengono in mente: il volto della donna che amo, le piante di cui mi prendo cura e il mio corpo che ancora funziona.