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Mia madre e Toni s’incontrarono a una festa di amici nell’estate brasiliana del millenovecentonovantacinque. L’arrivo di Toni rappresentò un grosso cambiamento nella nostra vita, di quei cambiamenti che segnano la nostra esistenza con un prima e un dopo.
Del prima ricordo che eravamo solo io e la mamma. Vivevamo in simbiosi. Mi portava in giro dappertutto, dovunque andasse, qualunque cosa facesse, come fanno i canguri con i loro piccoli infilati nel marsupio.
Lei gestiva un negozio di abbigliamento per bambini in un grande magazzino in centro.
Sgobbava come una matta perché potessimo vivere in modo dignitoso. Spesso lavorava anche durante il fine settimana. Già allora era di un’eleganza impeccabile con i clienti, ai quali dedicava tutte le sue energie. Esprimeva una gioia contagiosa e allo stesso tempo manteneva un approccio professionale. Lo sapevano tutti che il negozio aveva successo grazie a lei.
A casa faceva tutto il possibile per educarmi secondo principi giusti e valori sani, ma spesso si dimenticava che ero un bambino.
Una volta, subito dopo aver ricevuto come regalo un pallone da calcio, lo calciai con più forza di quanta credevo di possedere e lo mandai al di là della staccionata che circondava il nostro edificio. Un ragazzino che passava di lì lo prese e, da buon brasiliano, invece di restituirmelo se lo portò via sghignazzando con una perfida battuta. La sera, senza rifletterci troppo, confessai l’accaduto a mia madre. Lei iniziò a gridare, facendomi la predica con concetti tipo responsabilità e decenza; arabo per me, all’età di sei o sette anni. Dopo essersi sgolata, prese la cinghia e iniziò a percuotermi con occhi assatanati, il volto rosso come un peperone. Quel giorno iniziai a mentire. Non dissi mai più niente di vero a mia madre. Tutto diventò un pretesto per raccontare una storia ben elaborata. Ma si vede che non ero molto bravo, perché le storie che raccontavo non risolsero il mio problema con le sue cinghiate. Anzi, un paio d’anni dopo mi guadagnai una poltrona da uno psicologo, dato che col tempo lei si convinse che ci fosse qualcosa che non andava in me.
Iniziai a sentire un peso, facendo sempre più fatica a lasciarmi andare. Pensai si trattasse del concetto di “responsabilità” che lei amava rifilarmi. A quel peso però si mescolò una rabbia profonda che a malapena riuscivo a contenere. Potevo dare sfogo a quelle sensazioni solo quando trascorrevamo le vacanze a Lamarão, il paese natale di mia madre, dove mi incontravo con i miei cugini e mi avventuravo dappertutto con loro. Allora non avevo freni e facevo tutto quello che mi andava di fare, ma il più delle volte erano cose maligne: dispetti ai miei cugini, piccoli furti nelle case dei vicini, creare zizzania e così via. Amavo, per esempio, mettere i ragazzini che non godevano della mia simpatia gli uni contro gli altri, per poi godermi i drammi che ne risultavano.
Del dopo Toni ho solo pochi, vaghi ricordi. Ma ricordo ancora vividamente due episodi.
Un pomeriggio di caldo sahariano, dopo aver passato ore a studiare italiano in vista del nostro trasloco da Salvador a Monterosso, punito ripetutamente da Toni a schiaffi sonori sul collo e urla a ogni errore, vedendo le mie richieste di pausa costantemente ignorate, decisi di fuggire. Aspettai che lui andasse in bagno a svuotarsi la vescica del litro e mezzo di birra che si era scolato, aprii la porta d’ingresso del monolocale dove abitavo con mia madre e mi misi a correre come un disperato, senza meta, per le strade di Pituba. Volevo solo sparire. Avevo otto anni.
L’altro episodio non ricordo se avvenne prima o dopo il mio tentativo di fuga fallito, ma la giornata era stata decisamente più fresca, o così la ricordo.
Andai a letto presto, com’ero solito fare. Il mio letto era a un metro o due di distanza da quello di mia madre. Mi svegliai d’improvviso nella notte, disturbato da un rumore ripetitivo, sussurri e respiri. Il letto accanto al mio molleggiava mentre mia madre sedeva su Toni, nuda. Lui pure, nudo. Erano sudati e ripetevano suoni e parole incomprensibili. Ansimavano. Boccheggiavano per un caldo che io non sentivo. Chiusi gli occhi e mi voltai verso la porta del bagno. Pochi minuti dopo riaprii gli occhi e intravidi per qualche secondo le natiche dei due a pochi centimetri dal mio volto. Toni diede uno schiaffetto sul sedere di mia madre prima di sparire in bagno, chiudendosi la porta alle spalle. Ricordo di aver pensato che fossero degli alieni. Provai l’odio e il disgusto più profondi, due sentimenti che non mi avrebbero mai più abbandonato. Anzi, negli anni a venire divennero la mia bussola.
Mi voltai di nuovo dall’altra parte. Ci misi un’infinità a riaddormentarmi.
Mi ci volle parecchio a capire l’irreversibilità legata all’arrivo di Toni e come la mia vita sarebbe cambiata per sempre, ridefinendo la mia intera esistenza. Ma già allora sapevo che, dovunque saremmo finiti in questo paese chiamato Italia, che ancora non conoscevo, un giorno me ne sarei andato. Non sapevo dove, non sapevo quando, ma sapevo che me ne sarei andato.
Fine parte I
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